il Giornale – Sicilia come Kabul: si toglie il velo massacrata di botte – Picchiata per il velo, l’Italia come Kabul

di Fiamma Nirenstein

SHARIA IN CASA NOSTRA
Sicilia come Kabul: si toglie il velo massacrata di botte

LA SHARIA IN CASA
La scena inaccettabile per strada a Porto Empedocle Picchiata per il velo, l’Italia come Kabul La ventenne italo-tunisina, incinta, aveva caldo e se l’è tolto. Il marito l’ha pestata fino a mandarla all’ospedale

NOI E L’ISLAM
Nei Paesi d’immigrazione 5mila delitti d’onore l’anno 
E noi stiamo a guardare

Aveva caldo, solo un gran caldo. Ed era anche in gravidanza, e comminava con suo marito per Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, non proprio Cortina D’Ampezzo. Con un caldo cosi portare un hijab che ti copre la testa, la fronte, la bocca, il collo, sopra quel vestito «modesto» che ti avvolge la gambe, le braccia, tutto il corpo, non è possibile. Ma è ancora più impossibile violare la legge dell’Islam e quella del marito e del padre, e quando la giovane moglie, vent’anni, ha detto che si voleva togliere quella cosa dal capo, che non ne poteva più, il marito si è messo a urlare e a inveire. Ma la giovane che è un’italiana figlia di un tunisino e vive a Torino col giovanissimo coniuge egiziano, è un’ italiana, e per quanto evidentemente disposta a vivere in maniera religiosa, non ce l’ha fatta a subire quel diktat. Una donna incinta ha già abbastanza fastidi fisici per sopportare anche un caldo violento, e la nostra ragazza si è tolta comunque il velo, ottenendone una gragnuola di pugni e calci. La fine è un film conosciuto: è intitolato violenza contro le donne, ma pare che non ci stanchiamo di rivederlo. La gente intorno cercava di sottrarla dalle mani dell’uomo, ha chiamato l’ambulanza e la polizia, lei è all’ospedale, lui per ora è dentro. Ma di chi è la colpa? La colpa è nostra, perché non riusciamo a rendere comune buon senso il nostro, italiano e occidentale, divieto assoluto di uso della violenza nelle famiglie, e in particolare in quelle islamiche. La giovane moglie di Porto Empedocle avrebbe potuto essere uccisa perché aveva caldo, e questo da noi non deve succedere in nessun caso. Non ci interessa che la si chiami «cultura diversa». Da noi una donna ha diritto di vestirsi come vuole, e anche di uscire con chi vuole, di fare il lavoro che vuole, di fidanzarsi e di sposarsi con chi vuole, e poi di educare il figlio o soprattutto la figlia nel rispetto dei più elementari diritti umani. Non c’entra? C’entra e come, perché secondo tutti gli studi disponibili una famiglia come quella non si limita a coprire la poveretta secondo la tradizione, ma richiede segregazione, ubbidienza ai maschi della famiglia, frequentazione di amici scelti dal marito o dal padre, educazione, abbigliamento, costumi sessuali, insomma un insieme di atteggiamenti che escludono le scelte individuali. La pena può variare, ma è sempre terribile, le botte, la reclusione, e sovente anche la morte. Se si vanno a vedere le statistiche, almeno 5000 donne l’anno vengono uccise nei Paesi d’immigrazione per motivi d’onore. In Inghilterra nel 2010 sono state uccise (e la cifra è ritenuta bassa rispetto alla realtà) 22 donne in quattro mesi, e di crimini collaterali ne sono stati denunciati 2283, più 500 minori. La lista è densa di nomi noti e l’accusa di partenza è sempre la stessa: eccessiva integrazione nei costumi occidentali, i padri assassini talora aiutati dalle madri lo ripetono come in un inconsapevole nuvola di nefasto attaccamento a un mondo perduto, a un paradiso forse mai esistito. In Italia nessuno si dimenticai nomi di Hina e di Sanaa. Hina Sale-em, ventenne pakistana, uccisa nel 2006 dal padre a Sarezzo nel Bresciano, e Sanaa Dafari, ragazza marocchina di 18 anni sgozzata dal padre, il cuoco Kataoul Dafani, perché osava uscire con un ragazzo italiano. Ma i lettori sanno che queste sono solo due delle tante storie sempre più frequenti nel nostro Paese e in tutta Europa. Il 28 maggio una madre indiana di un bambino di cinque anni è stata uccisa perché vestiva all’occidentale; ad aprile, a Brescia, la polizia andò a ripescare a casa una ragazza pachistana, detta Jamila, perché la famiglia aveva deciso di recluderla completamente perché giudicava troppo occidentale la sua educazione a scuola; il 3 ottobre del 2010 a Novi un pakistano massacrò con una pietra la moglie perché aveva difeso la figlia che rifiutava un matrimonio combinato con un pakistano; sempre quell’anno un altro padre egiziano ha tentato di soffocare la figlia con un sacchetto di plastica ritenendo che non fosse più vergine… la lista Munga, ci troviamo ad avere oggi a che fare con temi come la verginità, la libertà di movimento, la libertà di opinione come se fossimo tornati a cento, duecento anni fa. Dovremmo avere il coraggio di dire a noi stessi che di questo si tratta, non dell’interessante proposta di un’altra cultura, ma di una posizione arretrata che uccide tutte le conquiste che sono state pagate lacrime, sudore e sangue dalla nostra società, e che non siamo disposti a pagare questo prezzo. E che non ci si dica che si tratta di islamofobia, e anzi, che l’Islam non c’entra niente. E da questa viltà, dalla negazione del reale cosi ormai comune in Europa, che nasce la nostra responsabilità verso le ragazza uccise. Souad Sbai (Pdl) “C’è ancora chi crede che il velo sia una scelta e non un’imposizione? Isabella Beitolini (Pdl) ” Non passa giorno senza casi simili In Italia c’è una vera emergenza.

Il Giornale – Picchiata per il velo l’Italia come Kabul
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